Sta per rinnovarsi ancora a Sassari il rito della Faradda: cioè discesa nelle viscere di una grande tradizione. Che è devozione danzante. Fallu baddà. Fallo ballare. Non è un invito, non è un consiglio. Neppure una preghiera, nonostante il contesto di festa religiosa, oltreché laica, potrebbe giustificare l'uso di quel termine. È, più precisamente, un imperativo. Un ordine che dal profano (il ballo) procede verso il sacro (la danza mistica), rappresentato dai grandi ceri che ogni anno (da circa cinquecento) alcuni sassaresi scelti tra gli appartenenti ai Gremi - le antiche corporazioni di arti e mestieri della città - portano in processione il 14 agosto in onore dell'Assunta che liberò la città nel 1580 da una pestilenza. Facendoli ballare a suon di tamburo e piffero. Mentre il popolo li sprona: fallu baddà.
Trecento / quattrocento chili di peso per ciascuno dei grandi ceri lignei chiamati candelieri (li candareri), inconsapevoli protagonisti, al pari di statue o stendardi, della loro stessa faradda. Della loro discesa , la sera del 14 agosto, lungo tutto il corso Vittorio Emanuele, partendo da Piazza Castello, al centro di Sassari, per concludere la processione nella chiesa di Santa Maria di Betlem. Si muovono per primi i gremianti dei Fabbri, e a seguire Piccapietre, Viandanti, Contadini, Falegnami, Ortolani, Calzolai, Muratori, Sarti, Massai. Un candeliere per ciascun gremio, una fatica fisica resa sopportabile dall'attaccamento alla tradizione. E da una grande devozione.
Questo è la Festha manna, la festa grande della città di Sassari, nel nord Sardegna. Una festa che non ha origini autoctone, bensì pisane (l'oblazione dei candeli, risalente al dodicesimo secolo), ma che è tradizione nel senso più letterale del termine: è stata tradita, cioè consegnata, dalle colonie di pisani ai sassaresi. Che l'hanno amata, fatta propria, accudidda, ovvero accudita, e poi custodita gelosamente nel proprio dna. Dna di gente ciunfraiora e risurana, festaiola e ridanciana, ma anche, come scriveva il poeta sassarese e amico della Deledda Salvator Ruju, zappadorina.
Lavoratrice. E devota. Dna di gente che prega quando è tempo di pregare e ferisce con l'ironia più tagliente quando è tempo di ferire: come quando nel Palazzo Civico il sindaco (Gianfranco Ganau nel nostro caso) alza il calice per il tradizionale brindisi a zent'anni ( 'a cent'anni') con il rappresentante dei Gremi, e qualche minuto dopo, insieme agli amministratori tutti unitisi al corteo nella faradda, deve beccarsi gli applausi e i fischi della popolazione. Quella stessa che prega. E sa essere tagliente.