Pioniere dei postmoderni, incollato alla propria cifra refrattaria alla retorica, ai temi imposti, erotismo compreso. Roy Lichtenstein è stato insieme ribelle e apripista della Pop art. 'Ci sono alcune città in America che sono quasi completamente composte di pubblicità, credo che la se si togliesse non resterebbe quasi niente. Solo qualche casa, e qualche tetto. La quantità del segno e divenuta così densa che in realtà la percezione è travolta dall’impatto generale della città', scriveva l'artista nato a New York e scomparso nel '94, a 74 anni.
Conosceva New York e le province americane (avendo studiato da giovanissimo in Ohio), da cui aveva tratto le 'visioni' Western che coniugò mirabilmente al linguaggio europeo: la sua weltanschanning, è al centro della mostra che si apre oggi alla Triennale.
Oltre cento opere del maestro americano, saranno esposte fino al 30 maggio, in una antologica inedita, per essere poi trasferita al Ludwig Museum di Colonia. Le opere provengono da diverse istituzioni americane ed europee, tra cui il Guggenheim e il Whitney Museum di New York, la Broad Art Foundation di Los Angeles e il Moderner Kunst Museum di Vienna. A New York, fu un lungimirante Leo Castelli a credere in lui esponendo le opere di Lichtenstein nella sua galleria, come poi fece per Robert Rauschenberg e Jasper Johns.
'Potrebbe apparire paradossale che un’arte che si rivolge al mondo si sia espressa attraverso soggetti esclusivamente bidimensionali', spiega il curatore della mostra e critico d'arte Gianni Mercurio. 'Lichtenstein sa bene che, sebbene apparentemente anonima e meccanica, l’estetica pop costituisce la sfida più attuale di quel momento storico, perché il realismo che riflette gli aspetti più autentici della cultura americana agli inizi degli anni ’60 è un realismo edificato sul potere seduttivo dell’icona pubblicitaria e commerciale, sul sogno a due dimensioni di una società che vede attraverso lenti di celluloide la proiezione delle proprie ambizioni.
Time Square e Westway a New York sono il cuore pulsante del presente reale ed esemplificano il gusto per un disegno urbano articolato sull'innesto di immagine e luoghi di vita quotidiana. 'La nostra architettura non è Mies Van der Rohe, è piuttosto lo stile di Mcdonald’s' ha affermato Lichtenstein in sintonia con le tesi di Venturi e Johnson. La Pop Art, reagendo all'Astrattismo degli anni Cinquanta, si ispirava alla realtà come veniva presentata dalla pubblicità e dalla stampa, considerando queste le immagini oggetto della reale fruizione di massa e non gli originali. Per sottolineare al massimo il riferimento delle riproduzioni, Lichtenstein arrivava a inserirvi una fitta punteggiatura, indicante il retino tipografico.
Nella mostra alla Triennale (il catalogo è Skira), Lichtenstein passa così dalle rielaborazioni dei dipinti ottocenteschi ispirati a scene del far west americano, all'impressionismo di Monet e Cezanne. Da non perdere i profili surreali di Figures in Landscape, Girl with tear, entrambi del 1977 e il controverso Laocoonte, 1988.