Attorno al valore, al significato e all'importanza dei nuraghi è in atto, in Sardegna e soprattutto altrove, una vera e propria rivoluzione copernicana. L'archeologo Mauro Peppino Zedda può essere considerato il Galileo degli studi nuragici. Con cesello da artigiano - da buon illuminista misura terre e campi anche nella vita (di professione è agricoltore) - Zedda porta avanti da anni un'opera di scrostamento: ripulire i nuraghi da tutte le mani di calce gettate sopra il loro vero volto, riportandoli al loro significato teleologico originario. Per farlo deve abbattere molti monumenti: la cultura accademica, in primis, che si concentra sull'opera d'arte (nello specifico, il nuraghe) limitando il campo d'azione dell'investigazione. Senza analizzare, cioè, tutto ciò che ruota attorno all'opera stessa: il paesaggio nuragico appunto.
Mauro Peppino Zedda, invece, ai suoi ritratti della società preistorica mette il grandangolo. Per questo Archeologia del PaesaggioNuragico (casa editrice Agorà nuragica, 39 euro) diventa, appena uscito, già un classico. Leggerlo è come fare una clamorosa scoperta: intanto perché qui, e definitivamente, si rafforza l'ipotesi che i nuraghi fossero dei luoghi sacri, le cattedrali dei nostri avi, nell'ambito di una condivisa tesi astronomico-religiosa. Incontrovertibilmente Zedda manda in frantumi l'ipotesi difensiva classica, teorizzata da Giovanni Lilliu e dai suoi epigoni, e compie un passo avanti, illuminando, con strumenti etnografici, antropologici e astronomici molti aspetti finora oscuri della civiltà delle origini.
Come Maurice Le Lannou nella geografia, con la sua quarta pubblicazione Zedda vuole realizzare un ritratto a tutto tondo dell'umanità nuragica. Per farlo individua un percorso epistemologico nuovo, sulla scia della new archeology, che diventa studio della società - della vita e della morte - che edificò le strutture ciclopiche. Alcune pietre miliari vengono poste. L'inquadramento cronologico è definitivo: i primi nuraghi furono costruiti agli inizi del secondo millennio A.C. con i Duos nuraghes di Borore e nel 1000 A.C. cominciarono a essere abbandonati. Ma è intorno alla parola 'nur' che l'analisi giunge al suo centro.
La radice (che deriva da 'tur') sta alla base di numerosi termini sardi, non solo di nuraghe, indicando qualcosa di circolare: turbine, tubus, tutturu: ossia ogni corpo cilindrico. Metafora, si deduce, di una donna gravida: la Dea madre. Nur diventa donna, nutrimento, unità (nucleus), nous (principio): oppure il buco, la cavità. La cavità che dà origine alla civiltà dell'Isola. Circolare come la struttura interna alle cupole nuragiche, buia e insondabile, trait d'union tra la luce (il mondo maschile) e la terra (la donna).
Compressa da mura titaniche come un simbolico utero materno; porta di passaggio dal mistero che separa l'esistenza dall'ignoto. I nostri antenati? Uomini dediti alla metafisica e alla contemplazione di Dio, piuttosto che un popolo di guerrieri (con buona pace delle teorie sulla costante resistenziale sarda). Così l'archeologo contadino - che per primo ha guardato il nuraghe dalla prospettiva delle stelle - ha svelato il mistero che resisteva da millenni. Con un plauso unanime del mondo accademico internazionale (ma sotto il silenzio dell'intellighenzia isolana).
Fonte: Quotidiano Il Sardegna Sud del 24 Novembre 2009