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Locri - Reggio-Calabria

Locri - Reggio-Calabria Locri si trova in Calabria, nel territorio della provincia di Reggio-Calabria sulla costa del Mar Ionio in un angolo della regione che è chiamato la Costa dei Gelsomini; i comuni adiacenti sono Antonimina, Gerace, Portigliola e Siderno.

Gli antichi scrittori non sono del tutto concordi nel narrare le origini di Locri. Il nome stesso della città indica chiaramente che la fondarono coloni provenienti da quella regione della Grecia Centrale che si chiamava Locride, ma quanta parte abbiano avuto questi locresi e se ad essi si siano uniti anche abitanti di altri siti della Grecia non è cosa sicura. Tale colonizzazione deve porsi nel principio del VII° secolo a.C.: una data precisa è fornita dalla cronologia di Eusebio secondo cui la fondazione di Locri risale all'anno 679 - 8 oppure all'anno 673 - 2 a.C.

Ci viene riferito che i primi coloni cominciarono con lo stabilirsi al Capo Zefirio (odierno Capo Bruzzano) ma che dopo tre o quattro anni lasciarono questa meno accogliente plaga per spostarsi un poco più a nord sul fianco di una collina detta Epopis. Qui la città fu definitivamente fondata ed i greci pertanto si trovarono a contatto con le popolazioni indigene che già da tempo abitavano quella zona; conclusero con queste un trattato di buona amicizia e convivenza ma poi, mediante un poco lodevole inganno, li cacciarono e restarono i soli padroni.

È questo un racconto che può avere anche un fondo di verità, ma a parte ciò è invece accertato e documentato soprattutto dagli scavi archeologici il fatto che i coloni greci accolsero dagli indigeni credenze religiose e costumanze che finirono col dare a Locri una fisionomia particolare rispetto alla civiltà della Grecia propria: caratteristici a tale riguardo sono l'istituto del matriarcato ed il culto di Persefone che qui prende un grande sviluppo. D'altra parte le tombe appartenenti alla popolazione indigena e trovate presso Locri nella località di Canale, Ianchina e Patarriti contengono accanto a vasi ed altri oggetti di produzione locale anche una suppellettile di fabbricazione greca, o di qualche colonia greca, che si data tra l'ultimo periodo geometrico e 1'inizio dello stile orientalizzante. Pertanto dobbiamo ritenere che esistette un vivace scambio di commercio e di pensiero, un amalgama di tradizioni e di costumi tra i due gruppi etnici, e che questo substrato diede vita in Locri a quelle manifestazioni di arte di cultura di organizzazione sociale quali ci vengono tramandati dai testi classici e quali ci rivelano quotidianamente gli scavi archeologici. Poco dopo la fondazione della città Zaleuco diede ai locresi un corpo di leggi che va considerato il più antico di quanti abbiamo notizia in Europa e che fu in seguito adottato anche da altre città della Magna Grecia.

Ben per tempo Locri cercò di estendere il suo dominio sopra il territorio circostante: minacciata a nord da Crotone ed a sud da Reggio, fu fatta segno a numerosi attacchi e sostenne varie lotte che nei riguardi di Reggio si susseguirono con alterne vicende, ma che per Crotone sboccarono nella famosa battaglia della Sagra, poco dopo la metà del VI° secolo, con una strepitosa vittoria dei locresi. Intanto, già al principio di quel secolo, se non addirittura verso la fine del precedente, l'espansione del territorio locrese aveva preso le mosse da una penetrazione nell'interno, ed attraverso il massiccio aspromontano aveva raggiunto il mare Tirreno, sicché al momento della sua maggiore potenza Locri dominava una vasta zona che includeva notevoli centri quali Hipponion, Medma, Matauros.

Questo periodo, per Locri felicissimo, coincide con i primi decenni del V° secolo; la città era legata da stretta amicizia con Sparta e Taranto, fiorivano i commerci e le arti, la agricoltura e l'allevamento dei cavalli.

A cominciare da tale data vediamo dunque in Locri una meravigliosa fioritura delle arti musicali, del canto, della poesia mentre l'architettura e la scultura, che già nelle precedenti età avevano prodotto opere insigni, continuano a dare nobili frutti che in parte sono giunti sino a noi. La città in questa prima metà del secolo subì per qualche tempo l'egemonia di Crotone e poi un tentativo di conquista da parte di Reggio, ma si riprese ben presto riuscendo ad assoggettarsi anche Temesa. Durante la spedizione ateniese in Sicilia, Locri ostile a Reggio fu alleata di Siracusa e più tardi, sempre in funzione di una politica avversa alla città che dominava lo Stretto, aiutò Dionisio I° nelle operazioni militari contro Reggio e la lega italiota: in compenso Dionisio le assegnò il dominio su Skylletion e Caulonia oltre Medma ed Hipponion. Nel 356 Dionisio, espulso da Siracusa, fu accolto in Locri ma qui dopo qualche tempo si impadronì addirittura del potere e governò con tale tirannia e ferocia e commettendo tali soprusi e violenze che in seguito ad una rivolta fu cacciato via, la sua famiglia uccisa, mentre veniva instaurato un governo democratico (346).

Intanto i Bruzi costituitisi in federazione indipendente iniziavano a premere seriamente sulle città greche della costa e man mano che questa nuova potenza cresceva si determinava per Locri un processo di infrenabile declino. In tali condizioni Locri venne poi a contatto diretto con il mondo romano.
Nel 282 Roma vi installò un presidio ma i locresi dopo la battaglia di Eraclea si diedero a Pirro (2801 per ritornare ai romani quando quel re passò in Sicilia. Al suo ritorno Pirro punì la città ribelle e saccheggiò il tesoro del celebre santuario di Persefone (intorno a questo fatto si creò la pia tradizione secondo la quale le navi che trasportavano questo bottino naufragarono e il tesoro fu riportato alla riva, per intervento divino).
Ma quando Pirro lasciò l'Italia (275) la città tornò ai romani ed a cominciare da questo tempo fornì a Roma in varie occasioni ausilio di navi e di marinai. Nel corso della seconda guerra punica si arrese ad Annibale (216) ma Scipione la riconquistò nel 205. Da questo momento e per tutta l'epoca della repubblica e dell'impero romano il nome di Locri appare spesso nelle fonti superstiti ma certo la sua importanza era diminuita rispetto a quella che essa aveva avuto nei secoli precedenti, tuttavia Cicerone la ricorda come un centro politico e culturale dell'Italia Meridionale e Stazio le dà l'appellativo di 'ricca'.

Della vita e delle vicende di Locri nella prima età cristiana, così dei suoi martiri come dei suoi vescovi, abbiamo scarse e dubbie notizie; Procopio nel V° secolo la considera ancora come una grande città. Non sono ben note le circostanze e l'epoca della distruzione della città ma è certo che essa fu graduale e provocata dalle incursioni dei saraceni almeno nel corso del IX° secolo, mentre già a partire dal precedente VIII° secolo è ricordata nelle fonti la città di Gerace che poi dovrà essere l'erede di Locri per tutto il Medio Evo e l'età moderna.

Col passare degli anni infatti Gerace sostituì Locri nelle funzioni di centro di quella plaga ionica ed il sito della Locri classica restò completamente deserto ed abbandonato mentre i suoi monumenti distrutti fornirono materiale per la costruzione della nuova città. Soltanto nel corso dell'ottocento presso le rovine dell'antica colonia greca cominciò a sorgere una Gerace Marina che più tardi fu costituita in comune autonomo ed infine riprese il nome tradizionale di Locri che conserva tuttora.

La località scelta dai coloni greci per il loro nuovo stanziamento giace dunque a sud-ovest della moderna Locri. Sulla costa dello Jonio che si allunga da sud-ovest a nord-est si stende una striscia sabbiosa larga intorno ai trecento metri e più, all'interno una ferace pianura limitata dagli alvei di due ampie fiumare e solcata qua e là da minori corsi d'acqua: il terreno va digradando prima dolcemente poi si alza con più brusco dislivello e raggiunge i centocinquanta metri di altitudine nelle tre vette di Castellace, Abbadessa e Mannella. L'attuale aspetto probabilmente solo la linea del mare si sarà di qualche poco arretrata, a causa dei naturali processi di deiezione collegati al regime idrografico della località.

Mancava dunque alle esigenze dei primi colonizzatori qualcuno di quegli elementi che consideriamo fondamentali nelle città antiche, un buon porto naturale cioè ed una acropoli ben sicura, ma è da supporre che quei coloni, se dovettero provvedere alla meglio a tali carenze, trovarono per compenso in quel punto il vantaggio di disporre della zona non deve essere molto cambiato nel corso dei secoli: di un vasto e fertile territorio e di tenere, per il loro commercio, stretto contatto sia con le popolazioni indigene stanziate vicino, sia con una delle principali vie di accesso all' interno del paese ed, attraverso questo, al versante tirrenico.
L'ubicazione del porto è per l'appunto uno dei principali problemi della topografia locrese. Le fonti storiche ne parlano in più d'una circostanza, e dall'andamento del racconto si deduce che esso debba cercarsi nelle vicinanze della città, ma non è ancora chiarito dove fosse né in quali rapporti si trovasse con la città vera e propria.

Invece scoperte fortuite e ricerche metodiche, brevi assaggi del terreno e campagne regolari di scavo hanno rivelato qua e là vari ed interessanti aspetti di Locri. Le mura di cinta, rafforzate da poderose torri circolari e quadrate, sono state riconosciute nel loro andamento generale: esse racchiudono un'area allungata che parte dalla riva del mare e giunge ai tre già nominati colli di Castellace, Abadessa, Mannella. Nell'interno della città una strada detta ancora oggi Dromo è forse l'unica traccia superstite della rete stradale, insieme con quelle altre strade che sono state trovate in località Centocamere in un quartiere di abitazioni private, recentemente scoperte e particolarmente interessanti come documento della edilizia antica in Magna Grecia: queste case presentano varie installazioni domestiche, impianti di figuline ed una complessa rete idrica.

Ancora sul versante marino è un grande santuario che risale al VII° secolo a.C.: di esso si conservano i ruderi del tempio nelle sue due fasi arcaiche e nel suo rifacimento della metà del V° secolo a.C., di fronte al tempio sono gli altari per i sacrifici e tutt'intorno basamenti di edicole o di donari. Il tempio del periodo arcaico era decorato da terrecotte dipinte con motivi a meandro, a scaglia, a foglia, mentre quello del periodo classico era di ordine jonico e adorno di sculture marmoree. Di queste sono superstiti due gruppi equestri, forse i Dioscuri, una statua femminile ed una delicata testa di fanciulla. Non sappiamo ancora con certezza a quale divinità fosse sacro il luogo (si è pensato a Persefone, a Zeus, ai Dioscuri) pertanto dal nome attuale del sito lo si chiama santuario di Marasà.

Un altro tempio di ordine dorico, il cui scavo ha dato una ricca decorazione architettonica ed un bel gruppo equestre in terracotta, si trovava a mezza costa in località Marafioti; poco distante sono i ruderi di un teatro che è stato messo in luce appena in parte. Altri minori centri di culto sono il tempio forse dedicato ad Athena e nel Vallone Polisà un santuario delle Ninfe. Ma il più famoso santuario di Locri era considerato nell'antichità quello di Persefone.

Le fonti storiche ne parlano come di un celeberrimo luogo di culto, circondato di ogni venerazione, ed ovviamente una delle principali mete dell'archeologia locrese è quella di rimetterne in luce le vestigia. L'edificio sacro non è stato ancora riconosciuto con certezza tra i superstiti ruderi, a meno che quel culto in quanto antichissimo e già radicato nello strato religioso indigeno non si tenesse all'aperto, come è stato supposto.

Si è invece scoperto sulle pendici sud occidentali della Mannella un vastissimo deposito di ex voto, non ancora completamente esplorato, dal quale son venute fuori migliaia di terrecotte votive, bronzi, ossi lavorati, frammenti di vasi ecc. In particolare modo desta interesse il gruppo delle tavolette votive (pinakes) le quali rappresentano in delicato rilievo varie fasi del mito e del culto di Persefone. Questi pinakes insieme con le statuette arcaiche che rappresentano la dea stante oppure il trono, lasciano vedere come Persefone fosse in Locri la massima divinità, la grande dea per antonomasia ancor più forse di quanto non lo era nella Grecia propria.

Della produzione artistica locrese sono testimonianza non solo le terrecotte votive cui si è accennato, ma anche le arule con scene di lotta e gli specchi di bronzo, la cui impugnatura è a figura umana oppure a girali variamente disposti. È un'arte raffinata e varia nelle sue espressioni che mostra contatti diretti con la plastica greca ed è greca anch'essa, né è da escludere che alle stesse scuole artistiche cui appartengono le produzioni che abbiamo indicato, si debbano ascrivere anche opere maggiori come il gruppo equestre di Marafioti e quei frammenti di grandi statue fittili che sono state trovate alla Mannella.

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